Una vecchia regola dice che le persone — quando leggono, ormai così di rado, al cinema, in teatro o davanti alla tv — non amano sentirsi stupide, preferiscono sentirsi intelligenti. Quando non capiscono si innervosiscono. È frustrante, non sentirsi all’altezza, ed è faticoso sforzarsi. Quando hanno la sensazione invece di capire, addirittura di indovinare più del detto, allora sono soddisfatte.
È la ragione per cui l’offerta commerciale è così scadente: deve osservare le regole del commercio, deve vendere al più gran numero. È la ragione per cui Sanremo è quello che è, per cui i manuali di autoaiuto che declinano i proverbi della nonna sono long seller, per cui nei teatri chi ti racconta una storia sillabando lo stesso concetto allo sfinimento è sold out e standing ovation.
Poi però resiste, chissà per quanto ancora, un altro tipo di proposta — chiamiamola, senza offesa, culturale. Qualcosa che ti impegna in un piccolissimo sforzo, come quando per leggere Gadda ti serviva il dizionario, e ti lascia, a luci spente, con una dote, una sorpresa.
È ancora per due giorni in scena a Roma al teatro India, poi in tournée, lo spettacolo del collettivo Sotterraneo. Si intitola Il fuoco era la cura, liberamente tratto da Fahrenheit 451. Ray Bradbury, in quel libro uscito 70 anni fa, prevedeva che negli anni Venti di questo secolo, cioè ora, leggere sarebbe stato vietato, i libri al rogo. Si era sbagliato? Non molto.









