Due pazienti oncologici su tre in trattamento attivo sono a rischio di interazioni farmacologiche. Se è vero che la disponibilità di diversi farmaci per la cura del cancro ha aumentato la sopravvivenza e la qualità di vita dei malati, è altrettanto vero però che le interazioni negative da politerapia possno causare il 2% dei ricoveri ospedalieri e possono contribuire al 4% dei decessi. Da queste evidenze è partita la discussione che ha animato il Convegno nazionale “Le interazioni farmacologiche nella gestione del rischio clinico: guida ragionata nel percorso decisionale (e all’etica della scelta)”, che si è svolto oggi alla Statale di Milano. Da un lato, è essenziale un approccio integrato e multidisciplinare che coinvolga oncologi e farmacologi. Dall’altro, vanno sviluppate competenze trasversali e psiconcologiche, che integrino la valutazione del rischio farmacologico con una riflessione più ampia sul percorso decisionale condiviso con il paziente, anche grazie a un utilizzo più diffuso dei PRO, cioè gli esiti di salute valutati direttamente dal paziente e basati sulla sua percezione della malattia e del trattamento.
Nel 2025, in Italia, sono state stimate circa 390.000 nuove diagnosi di tumore. “Nella cura del cancro, il rischio di interazioni farmacologiche è aumentato dall’uso concomitante di farmaci di supporto come antiemetici, anticonvulsivanti, analgesici e corticosteroidi - afferma Gianluca Vago, Direttore del Dipartimento di Oncologia ed Emato-Oncologia (DIPO) della Statale di Milano -. L’elevata prevalenza della politerapia nei pazienti oncologici pone una serie di sfide uniche, perché è in grado di compromettere l’efficacia e la sicurezza delle cure anti-cancro, portando a una riduzione dell’effetto terapeutico o a eventi avversi inaspettati. È possibile che si verifichino interazioni farmacologiche o perdita di efficacia delle terapie oncologiche anche quando il paziente assume farmaci in auto-prescrizione. Queste reazioni possono essere gravi e imporre un onere significativo al Servizio Sanitario Nazionale, per l’aumento dei ricoveri ospedalieri, della morbilità e della mortalità”.






