C’è un dato di fatto riconosciuto dai testimoni dell’equipe che opera Domenico Caliendo: l’intervento di espianto del cuore malato è iniziato e si è concluso prima che in sala operatoria arrivasse il cuore congelato. Un dato sintetizzato nella esternazione del caposala Francesco Farinaco, riferita al chirurgo Guido Oppido: «Ma comm’é già ha levato ‘o core?». Per il penalista Francesco Petruzzi, che assiste i genitori del bambino di due anni morto lo scorso 21 febbraio, si parla di un anticipo dai «4 ai 14 minuti», quanto basta a spingere l’avvocato a sostenere l’accusa di falso a proposito di quanto dichiarato nella cartella clinica. La direzione sanitaria del Monaldi ha ricordato che ci fossero tutte le indicazioni. Nell’inchiesta della Procura di Napoli sono indagati 7 medici dell’ospedale partenopeo.
Dalle testimonianze degli infermieri - raccolte dagli inquirenti - emerge il corto circuito comunicativo. «Ricordo che la dottoressa Francesca Blasi comunicava a voce alta che la dottoressa Gabriella Farina era nei pressi dell’ospedale. Fu così che Oppido procedette al camplaggio della aorta (intervento che significa stringere o ostruire un vaso sanguigno). Ero presente in sala e di prassi il dottor Oppido procede a questa operazione ad alta voce («aorta camplata»). Ricordo con precisione che l’equipe di espianto (quella proveniente da Bolzano) non era ancora in sala». La teste aggiunge: «Siamo rimasti meravigliati della tempistica del camplaggio, visto che il cuore “nuovo” non era ancora arrivato in sala. Ricordo che quando il contenitore (con il cuore nuovo) arrivò in sala, il dottor Oppido stava terminando la cardioectomia, credo che fosse all’ultimo vaso». È il momento in cui tutti capiscono che si sta consumando un dramma. Lo riferisce l’infermiera Cristiana Passariello: «Il caposala Francesco Farinaco portava il contenitore in sala, lo metteva su uno sgabello, abbiamo vestito i due chirurghi per l’espianto, il caposala iniziava ad aprire il contenitore, contestualmente ho visto che il cuore di Domenico veniva posto sul tavolo operatorio. Fu Farinaceo ad accorgersi che, dopo un primo strato, vi era un blocco compatto di ghiaccio, che non consentiva l’estrazione del cestello e disse vicino alla dottoressa Farina queste parole: “Gabriè ma qua è tutto ghiacciato” e la dottoressa rispose “ma come è che è tutto ghiacciato, che vuol dire?». A questo punto prende la parola il caposala Farinaceo «che si gira verso di me» - ricorda la testimone - e in napoletano esclama: «Ma comm’é già ha levato ‘o core?». È da questo momento in poi che iniziano manovre dettata dalla disperazione, ma anche dalla consapevolezza che l’intervento è pregiudicato. Torniamo al racconto di Cristiana Passariello: «Dopo circa 20 minuti, usando dell’acqua (fredda, tiepida e calda) siamo riusciti ad estrarlo dal guscio. Ricordo che avevamo i polpastrelli bruciati dal ghiaccio. Oppido estrasse le tre buste all’interno delle quali vi era il cuore, erano congelate, cercò di scongelarle con un siringone e acqua calda». C’è un particolare che evidenzia lo stato di tensione che si registra in quel momento: «Ricordo che Oppido non volle la dottoressa Farina al tavolo operatorio».











