Non sono una fiammata improvvisa i violenti scontri esplosi ieri tra il Pakistan e l’Afghanistan. Sono il frutto di un’escalation sanguinosa diventata sempre più grave nelle ultime settimane. Ma non è solo la storia recente a dividere i due Paesi: sebbene siano entrambi musulmani a grande maggioranza sunnita, l’inimicizia è di lunga data e affonda le radici in questioni geopolitiche ed etniche, con accuse reciproche di fomentare il terrorismo in casa altrui proteggendone i santuari in casa propria. Ad avvelenare ulteriormente il clima ci sono ritorsioni militari, una frontiera contestata e questioni irrisolte come migrazioni e sconfinamenti.
I precedenti
L’attacco lanciato ieri dall’Afghanistan in cinque distretti lungo il confine pakistano ha provocato la dura risposta di Islamabad, che sostiene di avere colpito obiettivi militanti anche nelle aree di Kabul, Kandahar e Paktia dove si trovano le basi del potere del regime dei talebani. La causa scatenante è una serie di ritorsioni generate dagli ultimi attentati in Pakistan, culminati nel massacro del 6 febbraio nella moschea sciita Imam Bargah di Islamabad, rivendicato dall’Is-K (lo Stato Islamico nella Provincia del Khorasan), che provocò 32 morti e più di 160 feriti. In risposta, domenica il Pakistan ha lanciato un attacco aereo nelle regioni afghane di confine contro “sette basi militari e paramilitari jihadiste” di Is-K e TTP, i talebani pakistani, provocando un’ottantina di morti secondo un bilancio rimasto incerto. Kabul nega di ospitare basi jihadiste e afferma che le vittime erano civili, tra cui donne e bambini. La risposta afghana è arrivata ieri con l’attacco lungo la Linea Durand, che costituisce il confine tra i due Paesi. Secondo Islamabad si è trattato di un “attacco non provocato”.













