Roma, 23 mar. (askanews) – E’ la guerra di cui si parla meno, eppure su di essa vertono una serie di interessi geopolitici ed economici di enorme portata. Il conflitto tra Afghanistan e Pakistan non può più essere letto soltanto come una crisi di frontiera o come l’ennesimo capitolo della guerra di Islamabad contro il Tehreek-e-Taliban Pakistan, cioè il movimento dei talebani pachistani. Nelle ultime settimane è diventato anche uno dei punti in cui si riflette la competizione strategica tra India e Cina.

Nuova Delhi sta sfruttando la rottura tra Kabul e Islamabad per rientrare nel dossier afghano, mentre Pechino cerca di impedire che l’instabilità travolga il suo alleato pachistano e metta a rischio corridoi logistici e imponenti investimenti. Per questo la linea di faglia afghano-pachistana oggi va letta dentro un contesto più ampio, in cui le mosse di Kabul, Islamabad, Nuova Delhi e Pechino si condizionano a vicenda.

La rottura tra Pakistan e talebani afghani è tanto più significativa perché rovescia una relazione storica. Per decenni Islamabad ha visto nei talebani uno strumento di profondità strategica nella rivalità con l’India. Oggi, invece, accusa Kabul di offrire rifugio alla leadership e ai combattenti del Tehreek-e-Taliban Pakistan, oltre che a militanti baluci; Kabul nega e replica che l’insurrezione pachistana è un problema interno del vicino. Le tensioni, già esplose in scontri di confine nell’ottobre scorso, sono precipitate a fine febbraio con i raid pachistani oltre frontiera; il 16 marzo un attacco su Kabul contro il sito di Camp Phoenix, che le autorità afghane descrivono come centro di riabilitazione civile e il Pakistan come infrastruttura militare e deposito di munizioni, ha segnato il punto più drammatico dell’escalation. Solo dopo sono arrivate una pausa per l’Eid al Fitr, la fine del mese sacro del Ramadan, e nuovi tentativi di de-escalation.