Un fiume di denaro, anzi un torrente in piena, ha fatto le valigie ed è volato via da Occidente a Oriente e un po’ in tutto il mondo. Dal 2021 al settembre 2025, infatti, quasi 40 miliardi di euro hanno lasciato l’Italia sotto forma di rimesse verso l’estero. Secondo le stime sul quarto trimestre, nel solo 2025 questo malloppo sfiorerà i 9 miliardi. Numeri che fanno sobbalzare sulla sedia e che riaccendono il dibattito politico. A mettere in fila i dati è stato Il Tempo, che ha evidenziato come nel 2024 il Bangladesh sia stata la prima nazione a beneficiarne con quasi 1,4 miliardi, seguita da Pakistan (600 milioni), Marocco (575), Filippine (570), Georgia (oltre 500), poi India, Romania, Perù, Sri Lanka, Senegal e Nigeria.
Ma il punto che inquieta di più riguarda la Cina. Le rimesse ufficiali verso Pechino sono praticamente evaporate: dai quasi 240 milioni del 2016 ai poco più di 4 milioni del 2024. Eppure nel 2013 quasi un quinto dei bonifici partiva proprio verso Pechino. Un crollo troppo brusco per essere fisiologico. Il sospetto è che quei flussi siano finiti in circuiti paralleli e non tracciabili. Guardia di Finanza, autorità antiriciclaggio ed Europol sono passate all’azione. A febbraio, un’indagine della Procura di Ancona ha scoperchiato un sistema che avrebbe coinvolto oltre 60mila imprese riconducibili a soggetti cinesi, con 5 miliardi di euro riciclati tramite false fatture. La tecnica è quella del “trade-based money laundering”, tradotto: fatture gonfiate o inesistenti per coprire trasferimenti milionari.









