Il denaro sporco di sangue, corruzione, usura, evasione, ha cambiato vestito. Non più valigette piene di contanti né lingotti nascosti sotto terra o nel doppio fondo degli armadi. Oggi viaggia leggero, invisibile, basta un clic. Si muove tra wallet digitali, valute virtuali e piattaforme senza confini. Ed è qui che la criminalità trova terreno fertile per ripulire i soldi sporchi. È il volto moderno del riciclaggio, sempre più tecnologico, articolato, complesso da intercettare. C’è un dato emblematico: nel 2024, secondo un report di Chainalysis, società americana dedicata al tracciamento di Bitcoin, oltre 40 miliardi di dollari in criptovalute sono finiti nei portafogli elettronici delle organizzazioni criminali. E il 60% ha riguardato stablecoins, strumenti digitali che simulano la stabilità delle valute tradizionali. «Non si tratta più di eccezioni», spiega il generale Luigi Vinciguerra, capo del III Reparto operazioni del comando generale della guardia di finanza. «Forme innovative e tecnologiche di riciclaggio si alternano a metodi tradizionali, basati sui movimenti del denaro contante».

Criptovalute, il nuovo fronte delle mafie

Cambiano i modi di ripulire i soldi sporchi. E cambia anche il linguaggio. Non si parla più solo di riciclatori, ma di «riciclatori digitali», riciclatori 2.0 capaci di districarsi tra normative tradizionali e la galassia tecnologica. Utilizzano strumenti sofisticati: mescolano le transazioni, frazionano importi in micro-movimenti, convertono criptovalute in altre criptovalute. E la parola chiave è la velocità per rendere la tracciabilità se non impossibile, decisamente difficile.