Formigli richiama l’attenzione sulle condizioni di repressione del dissenso a Mosca, ricordando l’esistenza di detenuti politici e citando il caso di Alexei Navalny, morto in circostanze che l’Occidente attribuisce direttamente al regime di Vladimir Putin. “Abbiamo ancora i gulag”, insiste, come a marcare la distanza tra un Paese che soffoca la critica e uno che, pur in guerra, mantiene istituzioni pluraliste.