A prendere per buona la teoria che qualsiasi cosa accada alla Casa Bianca nell’anno di Midterm ha a che fare con Midterm, c’è da chiedersi su che altro avrebbe dovuto puntare Donald Trump nel suo discorso sullo stato dell’Unione se non su ciò che ha scelto, e cioè non convincere chi lo detesta ma mettere i sali sotto il naso del movimento Maga e compattarlo contro i democratici. Consapevole che i suoi sono tramortiti dalla malagestione degli Epstein Files, dalla condotta dell’Ice nell’applicazione delle leggi sull’immigrazione, dai prezzi ancora troppo alti di beni alimentari e benzina, dall’attenzione dedicata alla politica estera e, da ultimo, dalla sentenza della Corte Suprema sui dazi.

A poco più di 8 mesi dalle elezioni di metà mandato, tormentato da indici di gradimento impietosi che lampeggiano su quotidiani, tv e social e all’orizzonte un tour elettorale così serrato da far venir le vertigini anche a Taylor Swift, il presidente statunitense è tornato alle origini. E ha utilizzato lo schema retorico che lo veste meglio: un rovinoso passato, ovvero la presidenza Biden, da dimenticare («In quest’aula, 12 mesi fa, avevo appena ereditato una nazione in crisi, con un’economia stagnante, un’inflazione a livelli record, una frontiera spalancata, orribili dati di reclutamento per militari e polizia, una criminalità dilagante in patria e guerre e caos in tutto il mondo»); un presente per cui val la pena festeggiare («La nostra nazione è tornata: più grande, migliore, più ricca e più forte che mai»); un futuro ancora migliore da costruire («Tra meno di 5 mesi, il nostro Paese celebrerà il 250° anniversario della nostra gloriosa indipendenza americana, due secoli e mezzo di libertà, trionfo e progresso. E non abbiamo ancora visto nulla. Faremo sempre meglio»); un nemico da combattere («I democratici stanno distruggendo il nostro Paese, ma li abbiamo fermati giusto in tempo, no?»).