Non solo il decreto Ilva, come ipotizzano alla task force per l’occupazione della Regione Puglia. La Natuzzi sa studiando anche altri strumenti per riorganizzare la produzione senza ricorrere ai licenziamenti collettivi. Ma la rottura delle trattative con i sindacati che hanno proclamato la mobilitazione non è ancora rientrata. Né si intravedono spiragli per un incontro propedeutico a quello fissato il 2 marzo al ministero delle Imprese e del Made in Italy. In azienda si dicono «sorpresi» dalla reazione dei sindacati. Perché — sostengono dal quartier generale di Natuzzi — i sindacati si erano mostrati critici sul piano presentato al tavolo con la task force ma già in quella sede era chiara la volontà dell’azienda di chiudere uno dei due stabilimenti. Come anche la volontà di fare investimenti: 52 milioni e mezzo in tre anni.

A dicembre, all’incontro al ministero, le prospettive erano peggiori perché sul piatto c’era la chiusura di due stabilimenti e esuberi per 476 dipendenti. Insomma un piano di “lacrime e sangue” poi modificato. La rottura di lunedì in Confindustria a Bari — da qui — è sembrato un fulmine anche se il cielo non è proprio sereno. Ieri ci sono stati incontri a livello aziendale con le rappresentanze sindacali. «Stiamo monitorando la situazione — dice l’azienda — dobbiamo cercare di capire come presentarci al ministero».