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15 APRILE 2026
Ultimo aggiornamento: 18:41
Doveva essere un piano di rilancio industriale, con il rientro in Italia di alcune produzioni delocalizzate in Romania. Il documento che martedì la Natuzzi ha presentato ai sindacati, invece, prevede l’esatto contrario: ulteriori attività da trasferire all’estero, maggiore utilizzo della cassa integrazione nelle fabbriche italiane, offerte da 50mila euro in cinque anni per chi dovrà lasciare l’azienda. Ecco perché i sindacati Feneal Uil, Filca Cisl e Fillea Cgil, insieme con le tre sigle del commercio, sono pronti a una nuova mobilitazione. La crisi del colosso dei divani si fa sempre più complicata, spinta anche dalle tensioni sul titolo a Wall Street e dalla situazione geopolitica internazionale. Dopo una tregua durata poco più di un mese, stanno per tornare gli scioperi, i presidi davanti agli stabilimenti e probabilmente anche una nuova manifestazione a Roma.
Dopo trenta ore di trattativa al ministero delle Imprese e Made in Italy (Mimit), i sindacati bocciano di netto la proposta di Natuzzi, ritengono sia un passo indietro rispetto a quelle timide aperture ottenute a marzo. Oltretutto, nei giorni precedenti era stata redatta una bozza di verbale che prevedeva condizioni diverse. Il piano presentato ieri, invece, contiene l’opposto di quanto si sperava, anche in virtù delle riunioni del tavolo di un mese fa, nelle quali si era parlato della possibilità di far tornare in Italia alcune linee precedentemente spostate in Romania. La principale novità è che ora il programma è percorrere la strada inversa e aumentare addirittura le attività nello stabilimento rumeno, facendo salire gli ammortizzatori sociali nel nostro Paese, dal 45% al 70%. Come spiegano i sindacati presenti, la giravolta è stata motivata con l’aggravarsi del quadro economico. Natuzzi ha spiegato che il trasferimento della produzione sarebbe temporaneo, per un anno, dovuto alla difficoltà di sostenere i costi della produzione in Italia. “Noi abbiamo detto assolutamente no, blocchiamo tutto se fanno uscire qualcosa dagli stabilimenti”, ha spiegato Tatiana Fazi della Fillea Cgil.






