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So che qualcuno protesta contro una legge sacrosanta in nome della tradizione culinaria. Argomento debole. Un tempo la tradizione ammetteva anche lo schiavismo

Finalmente una legge sensata. Vietare la macellazione di cavalli e asini e la vendita delle loro carni non è un capriccio animalista: è un atto di riconoscenza civile. Senza cavalli, diciamolo senza ipocrisia, saremmo probabilmente ancora abitanti delle caverne. Hanno trainato aratri, eserciti, carrozze, civiltà intere. Hanno accompagnato l'uomo quando l'uomo non aveva altro che le gambe e la paura. Mangiarli non è una tradizione: è una smemoratezza.

Io i cavalli li conosco. Non per sentito dire, non per posa sentimentale. Da ragazzo passavo lunghe estati in Molise, lungo il Biferno, ospite di uno zio bergamasco che lavorava come perito agrario in una grande azienda agricola. Erano gli anni Cinquanta, le automobili in campagna erano una rarità e ci si muoveva con un calesse trainato da due cavalli. Avevo dodici anni, adoravo la vita rurale, così diversa da quella cittadina; ma soprattutto ero felice di stare con gli animali. Con i cavalli avevo un feeling speciale. Ogni sera li portavo a bere a un fontanile lontano dalla stalla, appena fuori dal paese. Al ritorno montavo a pelo uno di loro e galoppavo fino a casa con la sola capezza. Non era sport, era confidenza.