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Siamo sempre stati quel che mangiamo, non è una novità. La novità è che mai nella storia quel che consumiamo è stato oggetto di coercizioni come in quest'epoca tirannicamente salutista
Se non suonasse vagamente sovversivo, bisognerebbe fondare il Fronte di Liberazione del Gusto. Perché se il populismo parla alla pancia, l'ideologia all'inconscio e l'appartenenza al cuore, oggi è anche attraverso il palato che si afferma la libertà.
In un mondo rarefatto e intellettualmente artificiale, dove i consumi e le preferenze sono mediate da algoritmi infinitamente più pervasivi delle pubblicità (ingenui gli anni in cui pensavamo di essere schiavi della tv solo perché ci facevamo convincere dal baffo di Ernesto Calindri a sorseggiare Cynar), quel che mangiamo e beviamo diventa un atto politico. E in quanto tale, può essere una scelta di conformismo o ribellione, adeguamento o affermazione quasi anarchica di personalità.






