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Ci siamo privati della cultura, delle tradizioni, del necessario, illusi di conquistare il diritto al superfluo
Davvero la morale è diventata una moda, una morale liquida pronta al cambio di stagione? Perché abbiamo sostituito i tomi di San Tommaso e Sant'Agostino con le riviste di gossip. Lì si esibiscono come intrattenitori i «maître à porter» del «prêt à penser», proponendo principi non troppo pesanti da vestire per l'estate. E forse la colpa è un po' di Immanuel Kant troppo ottimista nell'idea che la ragione potesse reggere l'etica da sola.
Con la«morale liquida» per dirla con Zygmunt Bauman (nella foto) sembra che oggi basti la passerella di prima serata per legittimare qualunque principio leggero quanto un abito estivo. Però, se rimuoviamo gli effetti di luce del presente e indossiamo l'occhiale lungo della storia delle idee, il quadro diventa più sfaccettato. Blaise Pascal notava che l'uomo «si diverte» (divertere, cioè, deviare) per non guardare il vuoto interiore; per Søren Kierkegaard la noia è «radice di ogni male». E se la conoscenza diventa solo antidoto all'horror vacui, il rischio è che, finita la novità, subentri una noia più feroce.






