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25 FEBBRAIO 2026
Ultimo aggiornamento: 8:00
Grazie ai proclami dalla Casa Bianca del sovrano folle, assecondato da cortigiani europei ammutoliti nel servilismo, si è tornati parlare di un soggetto che sembrava destinato all’oblio definitivo: la rivoluzione, che oggi viene segnalata impazzare un po’ dovunque; dall’America trumpiana all’intero pianeta nel dopo globalizzazione, dall’Unione europea orfana di partnership protettive all’Italia meloniana, allineata sul progetto di liquidare refendariamente la democrazia che ispeziona il comando modello Montesquieu. La classica divisione dei tre poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario) che si bilanciavano e controllavano reciprocamente, ormai fagocitati dal governamentale più famelico. Ossia quello che era stato il primo passo del liberal-costituzionalismo secentesco per soppiantare l’assolutismo regio con l’allargamento al demos della base governativa. Con una tappa inglese a Naseby (1643, sconfitta dei cavalieri di Carlo I Stuart) e poi in Francia, quel 20 settembre 1792 a Valmy; dove sanculotti raccogliticci batterono i reggimenti prussiani e il poeta Goethe sentenziava l’avvenuta fine del mondo. Poi von Clausewitz spiegò il senso dell’accadimento: “la guerra era diventata materia del popolo in armi”, con i sudditi ascesi a citoyens e pronti a combattere per spirito patriottico, non per questioni dinastiche del monarca. Un cambio radicale – dunque rivoluzionario – di prospettive, fermo restando il problema di contenere pericolose spinte egualitarie di stampo utopistico-escatologico: la declinazione del formale riconoscimento democratico nella pretesa composizione sociale di un governo interclassista. Dunque, le minacce al nuovo ordine emergente – naturalmente insite nella sovversione rivoluzionaria – represse a Londra con la forca di Oliver Cromwell, a Parigi la ghigliottina del Termidoro.






