Oro e argento sono tornati al centro dei portafogli, ma dopo un rally straordinario stanno vivendo una fase di assestamento che impone più selezione e meno improvvisazione da parte degli investitori.
Dopo il boom del 2025, l’oro viaggia su livelli che fino a pochi anni fa sarebbero stati considerati eccezionali: a febbraio 2026 le quotazioni in dollari sono poco sopra i 5.100 dollari l’oncia, con un rialzo di oltre il 70% rispetto a un anno fa. Sul mercato fisico e dell’usato, la correzione delle ultime settimane ha riportato i prezzi in area 128‑130 euro al grammo, dopo i massimi storici toccati a gennaio.
Dietro il rally ci sono tre motori: gli acquisti record delle banche centrali, il clima geopolitico instabile e i dubbi sulla sostenibilità dei debiti pubblici, in primis quello americano, che hanno spinto molti gestori a trattare l’oro come una sorta di “polizza” contro le crisi.
Alcune case d’investimento vedono ancora spazio di crescita nel medio periodo: JP Morgan indica un possibile target fino a 6.300 dollari l’oncia entro fine 2026, mentre altre grandi banche, come Bank of America e Commerzbank, mantengono stime nell’area 4.900‑5.000 dollari.
Se l’oro ha corso, l’argento ha letteralmente strappato: a febbraio 2026 il future tratta intorno a 86‑87 dollari l’oncia, oltre il 160% in più rispetto a un anno fa e non lontano dai massimi storici di gennaio sopra 120 dollari. In euro, la quotazione al grammo è attorno a 2 euro, con oscillazioni giornaliere che possono superare il 4‑5%, segno di una volatilità nettamente superiore a quella dell’oro.






