Nel giorno 1.460 del conflitto in Ucraina, Ungheria e Slovacchia sono uscite allo scoperto e hanno posto il veto sul ventesimo pacchetto di sanzioni alla Russia, discusso ieri durante il vertice dei ministri degli Esteri dei Paesi membri dell’Unione europea. Un no che mette a rischio il prestito economico di 90 miliardi a Kiev per stabilizzare bilancio e capacità militari nei prossimi anni, approvato lo scorso dicembre. La causa scatenante del dissenso firmato da Viktor Orbán e Robert Fico è il mancato ripristino del transito di petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba: una ritorsione che si aggiunge al blocco di forniture di diesel da parte di Budapest per aiutare l’Ucraina a fronteggiare la crisi energetica che da settimane ormai lascia al gelo le città, dopo i chirurgici attacchi condotti dall’esercito di Mosca sulle infrastrutture energetiche. La Slovenia si appresta a fare altrettanto.

Uno scossone per la diplomazia europea che da quattro anni fa i conti con un nemico sulla soglia di casa e due grandi anime al suo interno: gli irriducibili, come Polonia e Stati baltici, che – ancora ben consapevoli delle sofferenze patite per mano russa nel corso della storia più o meno recente – non ammettono ripiegamenti nella linea antiputiniana; gli ondivaghi, come Ungheria e Slovacchia appunto, che prima si allineano e poi si tirano indietro.