Alle soglie del pudico ‘800 si parla – si torna a parlare – di quella colpa che i tragici greci incarnarono in Edipo e in Elettra. A farlo è Vittorio Alfieri con la sua Mirra, scritta fra il 1784 e l’86. La tragedia, l’ultima composta dall’autore dopo il Saul, approda martedì Gobetti, adattata e diretta da Giovanni Ortoleva per Teatro Metastasio e Stabile di Torino. In scena Marco Cacciola, Monica Demuru, Marco Divsic, Mariangela Granelli, Lorena Nacchia.

Ortoleva, come nasce questo progetto, che ha visto la luce pichi giorni fa?

«La sua genesi è stata lunghissima e si è nutrita di studio, tempo, passione. È stato fondamentale anche il sostegno del Tst. Alfieri, tra l’altro, è un genio piemontese, e riportarlo in scena qui ha per me un valore ulteriore».

Una scelta non scontata per un regista giovane. Perché Alfieri?

«Forse proprio perché c’era bisogno di uno sguardo nuovo. Ma in realtà il mio è stato soprattutto un ascolto minuzioso del testo. Ho cercato di evidenziarne i punti di forza. La verità è che è una scelta d’amore: Mirra è un testo sorprendente, destabilizzante, perturbante. Mette a disagio, costringe a guardare ciò che è scomodo. È una perla nascosta nella tradizione italiana, ma di una potenza sconvolgente».