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Ultimo aggiornamento: 7:10
C’è un’Italia che le mappe satellitari non riescono a inquadrare bene. È quella macchia di colore incerta tra il grigio dell’asfalto della bergamasca e il nulla dorato della campagna milanese. Una terra di confine dove le cascine sembrano fortini abbandonati e le bocciofile sono gli unici templi rimasti a una spiritualità fatta di grappa e bestemmie. È qui, nel cuore pulsante e ferocemente rurale degli anni Novanta, che Ilaria Gremizzi ambienta il suo Far East (Prospero Editore), un romanzo che ha il sapore del fango e la cadenza di un pezzo reggae suonato male da un’autoradio scassata.
Dimenticate i poliziotti tormentati da serie tv in prima serata. Gremizzi ci scaraventa nel Reticolo, un microcosmo dove la logica è sospesa tra il volo di uno struzzo e il delirio di una baronessa decaduta che si crede Sandokan. I protagonisti sono due scapestrati, due perdenti di razza che decidono di dare una sterzata a una vita piatta come la pianura assaltando un ufficio postale. Il tocco di genio? Lo fanno a bordo di una limousine, un monumento al kitsch che taglia la nebbia come una lama arrugginita.
L’autrice scrive con una prosa carnale, che non chiede scusa. È una scrittura che graffia e morde, capace di nobilitare la china pericolosa di una rapina improvvisata trasformandola in un viaggio esistenziale. C’è molto di Barry Gifford in queste pagine, quella capacità di rendere magico il grottesco, e c’è l’ombra lunga e amara di Jim Thompson nel raccontare come il crimine sia spesso solo l’ultima spiaggia di chi non ha più nulla da perdere.






