Martedì scorso la Repubblica ha lanciato, con squilli di tromba, dalla prima pagina, la “lezione inedita” di Michela Murgia sull’odio. Con questo titolo: «Ora assumiamoci la responsabilità di odiare gli altri».
Nel finale della scrittrice ci sono le sue conclusioni: «Uno dei migliori testimonial di questo atteggiamento maturo sull’odio, per me, è Antonio Gramsci, che con la sua dichiarazione esplicita “Odio gli indifferenti”, ci ha offerto un esempio scintillante di come l’odio, se viene riconosciuto e disciplinato attraverso l’intelligenza, non è un difetto. È una virtù, luminosissima».
Esprimo profondo dissenso, ma ognuno sceglie ciò che vuole. Del resto viviamo un momento storico in cui l’odio non è solo un sentimento personale: a volte, in effetti, diventa politica (l’esempio di Gramsci, citato dalla Murgia, è politico), ma spesso non sembra «riconosciuto e disciplinato attraverso l’intelligenza» come lei si augurava.
Tralasciando i social (in cui l’odio è diffuso in tante direzioni) resta da decifrare il sentimento che domina diverse cancellerie europee (forse nel panico per un consenso sociale in picchiata) verso l’attuale amministrazione americana.
Non vogliamo definirlo odio politico, ma neanche banale antipatia: le élite europee appaiono dominate da una forte ostilità pregiudiziale verso la Casa Bianca. È anche comprensibile perché Trump ha messo a nudo i loro errori e il loro fallimento davanti ai loro elettorati. Anche se lo ha fatto per esortare a cambiare strada, gli interessati hanno reagito con forte risentimento. Ma può il rancore produrre una politica saggia? La demonizzazione dell’interlocutore è giusta? La domanda riguarda anche l’opposizione che abbiamo in Italia.







