La Ford ha deciso: vuole costruire auto cinesi negli Usa. Proprio la Ford, simbolo profondo di quell'America, terra di sogni a quattro ruote, quella della Mustang che galoppa libera sulle highway infinite e quella della Model T che ha inventato il mondo moderno, catena di montaggio inclusa.

Ricordate Henry Ford? Quello che pagava i suoi operai abbastanza da potersi comprare l'auto che producevano, in un circolo virtuoso di capitalismo illuminato. Be', i tempi cambiano, e oggi il suo erede spirituale, Jim Farley, CEO della Ford (qui nella foto vestito da operaio) si presenta alla corte di Donald Trump con una proposta che sa di rebus enigmistico: come far entrare le auto cinesi negli Stati Uniti senza che l'odio trumpiano per Pechino esploda in un cortocircuito.

Come è nata l’idea

Al Detroit Auto Show di gennaio, Farley chiacchiera amabilmente con i vertici dell'amministrazione – il rappresentante commerciale Jamieson Greer, il segretario ai Trasporti Sean Duffy, l'amministratore EPA Lee Zeldin – come se stessero discutendo del meteo. Invece, no: propone joint venture controllate da aziende americane per produrre veicoli cinesi sul suolo yankee. Tradotto: i cinesi portano la loro tecnologia elettrica avanzata (quella che fa impallidire le batterie occidentali), i know-how low-cost e l'innovazione a ritmi forsennati, ma gli americani tengono la maggioranza del capitale, il timone operativo e una fetta sostanziosa dei profitti.