Tutta questa storia dell’impegno riluttante della Cei sul referendum confermativo della riforma della giustizia si aggroviglia ogni giorno di più. Soprattutto, agli occhi del cronista peccatore non può non apparire come il rovesciamento imprevisto di un notissimo dettato evangelico, «Sia il vostro parlare: sì, sì; no, no». Il presidente della Conferenza episcopale, cardinale Matteo Zuppi, non dice né Sì né No, ma invita ad «andare a votare» in quanto «c’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare». Quest’ultimo verbo, almeno nel linguaggio profano, rimanda nitidamente all’idea di status quo, quindi logicamente evocherebbe una crocetta sul No, ma la Cei ha ribadito con fior di note ufficiali che non dà alcuna «indicazione di voto». Poi c’è monsignor Francesco Savino, che è vescovo di Cassano all’Jonio ma soprattutto vice di Zuppi, quindi con un ruolo istituzionale apicale, che il 13 marzo interverrà al congresso di Magistratura Democratica.
E già il contenitore è il messaggio, parafrasando McLuhan: trattasi dell’assise della corrente più ideologizzata della corporazione in toga, schierata pancia a terra per il No in una contrapposizione frontale al governo. Quanto al contenuto, la tavola rotonda cui parteciperà Monsignor Savino si intitola “L’insofferenza per lo Stato di diritto e il nuovo volto del capo” (indizio: è bionda e ha vinto le elezioni democratiche), è moderata dall’ultrà anti-riforma Massimo Giannini e vedrà la partecipazione anche della padrona di casa Silvia Albano, presidente di Md e tra i testimonial più talebani del No (ancora recentemente ha definito il sistema delle correnti «un grande strumento di partecipazione democratica», con invidiabile capacità di astrazione dalla realtà). Per intenderci sul tono complessivo, l’evento precedente si intitola “Preferirei di NO”. Eppure, ieri il numero due della Cei ha dichiarato in un’intervista al Corriere della Sera: «Vado per la Costituzione, non per fare propaganda per il No». Appurato che la Carta fondamentale della nostra Repubblica insidia ormai il Vangelo nelle preoccupazioni delle gerarchie ecclesiastiche (ai tempi del cardinal Ruini si sarebbe strillato all’«ingerenza», ma era un’altra Cei, etichettata “conservatrice” e quindi auspicabilmente afona), nessuno dubita dell’intenzione soggettiva del vescovo pugliese. Ma nessuno, e certamente non noi, può offendere la sua intelligenza ritenendo che non veda il canovaccio oggettivo in cui la sua prestigiosa presenza si inserisce.









