Nel dibattito sul referendum del 22 e 23 marzo gran parte della Conferenza episcopale spinge per il No. Non c’è un documento ufficiale che lo affermi, ma basta sfogliare Avvenire, il quotidiano dei vescovi, e leggere le prese di posizione di molti, a partire dal presidente della Cei Matteo Zuppi e dal suo vice Francesco Savino, per capire da quale parte penda la bilancia. Eppure c’è dell’altro. Nella base cattolica, e persino tra le stesse gerarchie, la situazione è molto più complessa di quanto appaia.

La nascita del comitato referendario “Per un giusto Sì” indica che una parte organizzata dei cattolici sostiene pubblicamente la riforma. Tra i promotori ci sono nomi importanti del cattolicesimo non progressista, come Paola Binetti, Domenico Menorello, Maurizio Sacconi e l’ex presidente della Consulta Antonio Baldassarre. Nel loro manifesto spiegano di condividere il testo scritto da Carlo Nordio «in quanto ha il pregio di affrontare per la prima volta nella Repubblica il grave problema strutturale di una errata concezione della Giustizia, contestando la pretesa di finalizzazione ideologica della stessa». Un messaggio in linea con l’insegnamento cattolico: la magistratura deve applicare la legge, non sostituirsi al legislatore; il primato del parlamento va riaffermato; le correnti non possono condizionare l’equilibrio istituzionale.