Lo hanno chiamato il “paradosso italiano”. Perché dopo aver monitorato per quattro anni, con esami genetici e strumentali, una popolazione di uomini con mutazione dei geni Brca1 o Brca2, a loro volta imparentati con donne che hanno avuto un cancro mammario e sono positive alla medesima mutazione, soltanto in un caso, alla fine, si è arrivati all’individuazione di un paziente con patologia oncologica. Un numero ben più basso se si guarda alle statistiche sulla popolazione generale per quanto riguarda la prevalenza del tumore prostatico, “e che abbiamo ipotizzato possa essere anche determinato dall’incidenza del nostro stile di vita, a partire dall’adozione della dieta mediterranea”.
Dieta e fumo incidono sul rischio di sviluppare tumore alla prostata
Tumore prostatico e screening genetico
È ‘La costola di Eva’, lo studio sul tumore prostatico, e l’importanza dello screening genetico per arrivare a una diagnosi precoce, che viene condotto dall’Irccs Istituto Clinico Humanitas di Rozzano, in provincia di Milano. “Abbiamo scelto questo nome – spiega Massimo Lazzeri, urologo, ricercatore Airc e coordinatore per lo sviluppo dei progetti di ricerca clinica dell’Uo di Urologia di Humanitas – perché per condurre lo studio abbiamo ‘bussato’ a ginecologi e senologi, le cui pazienti con patologie oncologiche sono risultate portatrici di una mutazione del gene Brca1 e Brca2. Abbiamo allora chiesto loro di informare i loro parenti maschi: coloro che hanno aderito, sono stati sottoposti a counseling, screening genetico ed eventuali ulteriori approfondimenti diagnostici”.






