C’è un’immagine che vale più di qualsiasi classifica olimpica. Un uomo grande, con il corpo ancora carico di adrenalina, che invece di fermarsi davanti alle telecamere scavalca le reti, affonda gli scarponi nella neve e si allontana a piedi, verso la foresta. Non parla, non spiega, non giustifica. Scappa. E in quella fuga c’è qualcosa che ci riguarda molto più di quanto siamo disposti ad ammettere.

Un errore che cancella una possibile medaglia

È successo durante una gara olimpica, dopo un errore che ha cancellato in pochi secondi una medaglia possibile. Il gesto dello sciatore norvegese Atle Lie McGrath, ma il punto non è lui. Il punto è ciò che quella scena ha evocato: il bisogno improvviso, fisico, quasi primitivo, di sottrarsi allo sguardo quando lo sguardo diventa insopportabile.

Una risposta umana alla pressione

Da psicoterapeuta, quella corsa nella neve non la leggo come rabbia, né come immaturità. La leggo come una risposta umana alla pressione. Quando l’errore non è più solo un errore, ma diventa un giudizio pubblico, il corpo reagisce prima della mente. Attacco o fuga. E se non puoi attaccare, scappi. Ti allontani. Cerchi un luogo dove nessuno ti guarda mentre crolli.