"La cella non è il luogo dove guardare film individualmente e credo che sia molto più sano pensare a momenti comunitari: Netflix e altre piattaforme di streaming online, così come social come Instagram e TikTok, pensate appositamente per dare dipendenza, penso siano da evitare assolutamente, anche per una questione di povertà e sobrietà", "l'uso dei social e di internet rischia di trasformare la pratica della cella in un mero formalismo".
Così dom Matteo Ferrari, 51 anni, monaco da quando aveva 27 anni e oggi priore generale della Congregazione camaldolese dell'ordine di San Benedetto, a capo anche del monastero di Camaldoli, nelle foreste casentinesi, nel Comune di Poppi (Arezzo).
Nei giorni scorsi Ferrari ha indirizzato una lettera ai responsabili delle comunità monastiche, che ha anche pubblicato sul suo profilo Facebook. "Internet, l'uso dello smartphone e dei social, i video e i film online, l'uso di WhatsApp senza regole sono una sfida per la vita monastica e religiosa - scrive il priore generale -. Non possiamo far finta che questa sfida non esista. Noi che non siamo 'nativi digitali' siamo solo preoccupati delle prestazioni e delle possibilità che i social e internet possono offrire. Ma per le nuove generazioni questi 'mezzi' sono il modo di comprendere se stessi e di entrare in relazione con il mondo. Penso sia quindi necessaria una profonda e anche coraggiosa riflessione su questi temi, soprattutto per le persone in formazione". "Anche nel mondo laico ci si sta interrogando circa l'uso di questi mezzi - osserva ancora -, soprattutto da parte dei più giovani. A maggior ragione ce ne dobbiamo occupare noi". "Il mio non è un rimprovero, ma un invito a meditare su un tema che attraversa la vita di tutti e non può essere ignorato".










