Un deficit di comunicazione nei momenti decisivi della preparazione e della realizzazione dell’intervento chirurgico. Un buco informativo, poi un crescendo di silenzi che potrebbero aver spinto un medico del Monaldi a rassegnare le dimissioni dal proprio ruolo di responsabile del servizio di follow up nel reparto di trapiantologia.
Eccole le ipotesi dei pm, nel giorno in cui viene ascoltato il primo testimone sul trapianto di un cuore compromesso nel corpicino di un bimbo di due anni e pochi mesi, lo scorso 23 dicembre al Monaldi.
Una testimonianza messa agli atti dell’inchiesta napoletana, che punta a fare chiarezza sulla gestione dell’organo espiantato dal corpicino di un bimbo della Val Venosta (vittima di un incidente in piscina), donato a un bimbo di Nola che da 56 giorni resiste in vita grazie all’ausilio di un macchinario. È la storia del cuore compromesso dal ghiaccio, del calvario riservato al piccolo paziente, che tiene in apnea tutta la comunità nazionale.
In Procura viene convocato il dirigente Giuseppe Limongelli, ex direttore del follow up del Monaldi, un servizio strategico che consente di seguire un paziente prima e dopo la realizzazione di un trapianto. Cardiologo e docente universitario, Limongelli è stato ascoltato come teste per tre ore dal pm Giuseppe Tittaferrante, titolare del fascicolo sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Antonio Ricci e dello stesso procuratore Nicola Gratteri. Lesioni colpose e omissioni sono le ipotesi dei pm, in uno scenario che vede - almeno per il momento - sei nomi iscritti nel registro degli indagati.













