MILANO. Il fischio d’inizio dell’incontro di hockey tra Stati Uniti e Danimarca è solo un dettaglio sportivo. Sullo sfondo c’è molto di più: la Groenlandia, l’isola più grande del mondo, ricca di minerali strategici e di rotte artiche sempre più cruciali, è al centro di una tensione crescente tra Washington e Copenaghen. È il desiderio proibito di Donald Trump, che sarà a Milano la prossima settimana, probabilmente mercoledì. Ma anche il simbolo della resistenza danese. Anzi, europea.

All’Ice Hockey Arena di Santa Giulia si è disputata una delle gare del girone C del torneo maschile - finita 6-3 per gli americani, favoriti della vigilia -. Sulla carta una partita scontata. Nella sostanza, invece, è stato qualcosa di più.

Al di là degli aspetti tecnici, in cui gli Usa sono partiti avvantaggiati da una tradizione nell’hockey più consolidata e i danesi hanno subito l’inferiore talento individuale - anche se sono i primi a segnare al minuto 2 - la vera posta in gioco sembra essere la contesa geopolitica.

Lo dicono i “buu” americani alla formazione danese, i fischi biancorossi alla prima azione statunitense. Lo dice un tifo polarizzato anche sulle tribune. Quello a stelle e strisce è predominante, rumoroso. Lo dice la gente in coda per un hotdog o una birra: «Se il presidente Trump dice che abbiamo bisogno della Groenlandia, forse ha ragione», spiega un tifoso americano con la parrucca di George Washington. Ha 37 anni, si chiama Mitch e alle ultime elezioni, ça va sans dire, ha votato per il tycoon.