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Tra deterrenza e propaganda digitale: la Nato valuta una risposta più proattiva alle minacce ibride russe e alla guerra dell’informazione

Negli ultimi anni, la guerra tra Russia e Occidente si è spostata sempre più spesso fuori dai campi di battaglia tradizionali. Sabotaggi, campagne di propaganda digitale, cyberattacchi, interferenze sui social media e pressioni indirette sulle infrastrutture strategiche stanno diventando strumenti centrali di un confronto che raramente assume la forma di un attacco militare diretto.

In questo scenario, le parole dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del comitato militare della Nato, hanno generato un’ondata mediatica globale. L'intervista al Financial Times, in cui Dragone affermò che la Nato sta valutando di adottare un approccio più aggressivo nel contrastare questo tipo di minacce ibride, "è stata qualcosa di insolito. Sono uscite molte riprese sul fatto che la Nato è aggressiva". Intervistato dal Financial Times, Dragone ha spiegato che l’Alleanza Atlantica starebbe discutendo la possibilità di adottare un approccio più incisivo e preventivo per contrastare operazioni ibride attribuite alla Russia, ipotizzando la necessità di passare da una logica esclusivamente difensiva a una postura più proattiva. Una dichiarazione che, come lo stesso Dragone ha raccontato, è stata rapidamente “strumentalizzata” nei circuiti mediatici legati a Mosca.