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L’ammiraglio Cavo Dragone spiega che la NATO potrebbe rivedere la sua postura: non basta reagire ai sabotaggi russi, serve una “assertività difensiva” capace di prevenire minacce e ristabilire deterrenza
Quando Giuseppe Cavo Dragone parla, la NATO ascolta. Ammiraglio italiano già comandante della Marina, poi capo di Stato maggiore della Difesa, oggi è il presidente del Comitato militare dell’Alleanza, la più alta autorità militare del blocco transatlantico. È il consigliere diretto dei capi di Stato e di governo sulle questioni di sicurezza, la voce che traduce il quadro strategico in posture operative. Le sue parole, dunque, non sono mai semplici analisi: sono un’indicazione di rotta.
L’intervista concessa al Financial Times segna un passaggio importante nel pensiero strategico della NATO. Non tanto per il lessico — quel riferimento a un’Alleanza che valuta di diventare “più aggressiva” nel contrasto alla guerra ibrida russa — quanto per ciò che rivela della fase in cui si trova l’Occidente dopo anni di sabotaggi, cyber-attacchi, intrusioni aeree e marittime condotti dentro la zona grigia tra pace e conflitto. È un terreno dove la Russia di Putin ha saputo muoversi con spregiudicatezza, approfittando delle esitazioni normative e operative occidentali, e dove la NATO si trova oggi a interrogarsi su come ristabilire una forma credibile di deterrenza.












