Commuovono le lacrime della presidente del Cio, commuove lo sguardo di Vladyslav Heraskevych. Hanno tutti ragione in questa storia sbagliata. Ha ragione il campione di skeleton, ucraino, che ha rifiutato di togliere il casco sul quale sono raffigurati i volti di ventiquattro atleti suoi connazionali uccisi dall’inizio dell’aggressione russa. “Non credo di aver violato nessuna regola. Provo un senso di vuoto. Se non posso onorare gli atleti uccisi, se per questo devo essere squalificato: è il prezzo della nostra dignità”. Ha ragione, quando dice quel casco non viola la norma che impedisce propaganda “politica, religiosa o razziale”: onora persone scomparse. Ha ragione Kristy Coventry, che piange per non essere riuscita a convincere Heraskevych a indossare una fascia a lutto, a trovare un’altra forma per rendere omaggio a quegli atleti. Lui non ha voluto — certo che ha compreso, ma non ha voluto. Ha ragione la presidente del Cio quando dice che non dipende da lei: non è una decisione che da sola può determinare. Si capisce da come lo dice, che se avesse potuto lo avrebbe fatto. Ha ragione, in un più rigido e burocratico senso, il Comitato olimpico, che ricorda due punti: ci sono 130 conflitti nel mondo in questo momento e non è possibile rappresentarli tutti. Una specie di par condicio impossibile, per quanto — con evidenza — alcuni conflitti abbiano proporzioni e conseguenze diverse da altri. Secondo punto: gli atleti possono esibire oggetti che abbiano riferimenti alle proprie convinzioni personali, ma non possono farlo in gara per rispettare “la purezza del gesto sportivo”. Il Cio deve preservare lo spazio della gare. Cosa che può sembrare ipocrita ma è vero come scrive Emanuela Audisio che “le Olimpiadi cercano per tre settimane di far giocare il mondo a un altro gioco”. Ha ragione Zelensky, che ha assegnato all’atleta la medaglia della Libertà. Avrà sempre ragione chiunque ricorderà quella frase: la dignità ha un prezzo.