Se fosse per i sindacati, l’ex Ilva sarebbe già entrata nella storia dei fallimenti industriali. Sono mesi che la Cgil e la Uilm, la sigla dei metalmeccanici della Uil, non fanno che suonare le campane a morto per lo stabilimento siderurgico, descrivendo il piano del governo come un percorso verso la «chiusura inesorabile» o una «resa industriale». Invece a dispetto di queste Cassandre, a partire da maggio l’ex Ilva conta di tornare a Taranto, con due altorforni, il 2 e il 4, e quindi raggiungere una produzione di acciaio di 4 milioni di tonnellate su base annua come ha illustrato l’azienda nell’incontro con i sindacati metalmeccanici. La produzione sarà quindi a un livello in grado di reggere i costi, di far funzionare gli impianti del Nord e di riportare l’occupazione ai livelli ante sequestro dell’altoforno 1.
Nell’ottobre 2020 la Banca centrale europea ha annunciato con solennità l’avvio del progetto di euro digitale. Doveva essere la risposta moderna a un mondo che cambia, lo scudo digitale europeo contro le nuove dipendenze tecnologiche. A distanza di anni, però, la domanda resta sospesa: stiamo davvero riparando qualcosa che non funziona o stiamo inseguendo un problema creato dalle stesse politiche della Bce?







