Ben 17 punti percentuali in meno di pensione rispetto all'ultima busta paga. Chi va in pensione oggi, infatti, riceve un assegno pari all'81,5% del suo stipendio, chi invece inizia oggi a lavorare quando a sua volta potrà lasciare il lavoro (parliamo del 2060) si dovrà accontentare del 64,8%. «È questa la prospettiva che attende chi oggi entra nel mercato del lavoro rispetto a chi va in pensione adesso. Una vera ipoteca sul futuro che si somma ai salari tra i più bassi d'Europa, a una crescente diffusione della povertà lavorativa e a una forte riduzione di lavoratori, ben 7,7 milioni in meno, entro il 2050. È il frutto di dinamiche incrociate degli ultimi 30 anni» segnala preoccupato il presidente di Confcooperative Maurizio Gardini presentando i dati del nuovo Focus Censis Confcooperative intitolato «Pensioni, ipoteca sul futuro?».
Il divario generazionale
I numeri parlano chiaro: chi è andato in pensione a 67 anni, dopo 38 anni di carriera continuativa nel settore privato iniziata nel 1982, può contare su un tasso di sostituzione netto pari all'81,5%. Suo figlio o sua figlia, che oggi ha 33 anni ed è entrato nel mercato del lavoro nel 2022, sempre con una carriera continuativa di 38 anni, quando andrà in pensione nel 2060, sempre a 67 anni, avrà un tasso di sostituzione del 64,8%. A parità di anni lavorati e di continuità contributiva, la generazione più giovane sperimenterà dunque una prestazione pensionistica significativamente più contenuta, con una distanza tra ultima retribuzione e prima pensione che quasi raddoppia: dal 18,5% al 35,2% rispetto ai pensionati di oggi.











