Chi andrà in pensione nel 2026 riceverà assegni più alti rispetto a coloro che sono usciti dal lavoro negli anni immediatamente precedenti.
Sebbene l’entità dell’aumento effettivo dipenderà anche dall’età di uscita e dal profilo contributivo individuale, questa prospettiva deriva dalla combinazione di una rivalutazione del montante contributivo superiore al 4% e dell’aggiornamento dei coefficienti di trasformazione.
I contributi versati nel corso della vita lavorativa, che costituiscono la base per il calcolo dell’assegno pensionistico, saranno rivalutati in modo significativo nel 2026. Il tasso di capitalizzazione del montante contributivo fissato dall'Istat per il 2026 è pari a +4,04%, uno dei livelli più alti degli ultimi anni, da applicare ai versamenti maturati fino al 31 dicembre 2024. Per il 2025 il montante era stato rivalutato del +3,66%, mentre per il 2024 l’incremento era stato di +2,3%.
La novità interessa il meccanismo di determinazione dell’assegno pensionistico basato sul cosiddetto metodo contributivo, secondo il quale la pensione è calcolata come quota dei contributi complessivamente versati nel corso dell’intera carriera lavorativa. Tali contributi corrispondono, per i lavoratori dipendenti e i collaboratori, al 33 per cento della retribuzione, mentre per gli autonomi l’aliquota varia tra il 24 e il 25 per cento. L’insieme dei versamenti, aggiornati ogni anno attraverso l’applicazione del coefficiente di capitalizzazione, costituisce il cosiddetto montante contributivo.






