Un paio di settimane, probabilmente non di più, e la Corte Costituzionale tornerà a pronunciarsi sui tempi di liquidazione del trattamento di fine servizio ai dipendenti pubblici, il cosiddetto Tfs. Sarà la terza, e si spera ultima volta, che i giudici supremi saranno chiamati a dire la loro sulla questione.

Breve riassunto della vicenda. Durante le varie crisi dello scorso quindicennio, dal crack di Lehman Brothers all'impennata dello spread, tra i vari “sacrifici” richiesti agli statali, è stato introdotto anche un differenziamento e una rateizzazione del pagamento del Tfs. Riassumendo al massimo, il dipendente pubblico che va in pensione, a seconda dei casi, deve attendere fino a 7 anni prima che gli sia pagata l'ultima rata della liquidazione. E tutto senza nemmeno riconoscere un euro di interessi.

La Corte Costituzionale, con l'ultima sentenza, la numero 130 del 2023, ha già detto che trattenere tanto tempo i soldi dei lavoratori non è proprio in linea con la Carta. Dunque ha dato un “monito” a governo e Parlamento: intervenire e sanare questa situazione. Dopo tre anni qualcosa si è mosso. Ma poco. Si è, per esempio, deciso di pagare subito il Tfs ai lavoratori “fragili”, chi ha disabilità. E si è deciso di anticipare a 9 mesi, invece che a 12 mesi, il pagamento della prima rata. Pure il Parlamento ha provato a fare la sua parte, con due disegni di legge per risolvere, almeno per una parte più numerosa dei dipendenti, il problema. La Ragioneria generale dello Stato ha affossato i progetti parlamentari per mancanza di coperture.