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11 FEBBRAIO 2026

Ultimo aggiornamento: 18:36

Perché mandare in liquidazione volontaria una società che perde sì, ma marginalmente, meno di alcuni competitor e comunque in linea con l’andamento negativo del mercato, tuttavia ha ancora un patrimonio netto sufficiente a coprire pressoché tutto l’indebitamento? Perché chiedere la cassa integrazione per la novantina di dipendenti dopo che si è già ottenuto nell’ultimo esercizio il risparmio di un sesto del costo del lavoro? E perché rischiare di disperdere un patrimonio culturale storico per l’Italia? Se lo domandano stupiti e attoniti una novantina di lavoratori della Hoepli e i molti creditori, specie sul fronte dei fornitori e dei piccoli librai indipendenti, che da ieri hanno appreso attraverso il Fatto la notizia della possibile convocazione a breve di una assemblea straordinaria dei soci della casa editrice milanese con all’ordine del giorno forse la proposta di liquidazione volontaria di Hoepli Spa.

Niente lasciava presagire una simile svolta almeno sino al 28 novembre scorso, data dell’approvazione dell’ultimo rendiconto annuale al 30 giugno 2025. A quelle assise societarie hanno partecipato, in proprio o attraverso i loro delegati, tutti i soci: la società maggioritaria e capogruppo Sef (49,2%), espressione del ramo della famiglia del fondatore che fa capo a Ulrico Carlo Hoepli e suddiviso tra i tre figli Giovanni, Matteo e Barbara che con le loro azioni proprie controllano direttamente e indirettamente i due terzi del capitale della casa editrice, e poi Giovanni Nava, uno dei due figli di Bianca Hoepli, che detiene il restante terzo del capitale. Che tra i due blocchi non corra buon sangue e lo scontro ormai sia al calor bianco, senza esclusione di colpi e con varie cause civili e penali ancora in corso, lo testimonia il verbale di quell’assemblea nel quale il delegato della società maggioritaria si rivolge a Giovanni Nava, presente come uditore, affermando che “sia stato proprio a causa dell’escalation di insubordinazione sua e dei suoi delegati che si è deciso di ammettere in assemblea un solo delegato” per socio “come prevede la legge, decisione supportata da pareri legali di autorevoli accademici”.