In Francia era il cuoco dal “cappello più alto della storia”, il primo tra i grandi chef a ricamare il proprio nome sulla giacca bianca, proprio all’altezza del cuore; in Giappone era considerato un “Tesoro nazionale vivente”: Paul Bocuse amava cucinare, la fotografia, le donne e i motori. Gautier Battistella, scrittore e giornalista, per quindici anni collaboratore della Guida Michelin, restituisce nel suo romanzo “Bocuse, l’ultimo Imperatore”, già pubblicato in Francia e in uscita in Italia il prossimo 25 febbraio, edito da Slow Food Editore, un ritratto del celebre chef, a cento anni dalla sua nascita, con il doppio sguardo del narratore e dell’osservatore interno al sistema gastronomico, ai suoi meccanismi, alle stelle, alle rivalità, alle svolte culturali. Il suo libro non è un’agiografia, ma un affresco vivido, documentato, capace di restituire la grandezza e le ombre di un uomo destinato a trasformare la cucina mondiale.

Certamente Paul Bocuse rimarrà eterno, inciso nel marmo della gastronomia francese, come prima di lui il suo mentore Fernand Point, ma con una sfumatura decisiva: se Point fu il maestro dei cuochi, Bocuse fu colui che portò i cuochi sotto i riflettori. “Chef del secolo” secondo Henri Gault e Christian Millau, tre stelle Michelin per oltre mezzo secolo, è stato infatti anche il pioniere della mediatizzazione della cucina prima dell’era digitale: intuì la globalizzazione del cibo e la cavalcò come viaggiatore instancabile, ambasciatore orgoglioso della sua regione — tra Dombes, Bresse e Beaujolais — che difese e celebrò ovunque.