Credo che nei suoi atti insieme frenetici e isterici si possa leggere il panico di Emmanuel Macron. Dopo aver incassato, grazie alle mosse scomposte di Donald Trump nel rapporto con gli alleati europei, una piccola ripresa di consenso, il presidente francese si trova a fare i conti con la mediocrità del governo del pur eroico Sébastien Lecornu con il suo bilancio dello Stato pieno di buchi, con un deficit ancora altissimo (ben peggio di quello di Roma quando venne commissariata da Nicolas Sarkozy e Angela Merkel nel 2011), con i gollisti che guardano sempre di più a Rassemblement national come alleato inevitabile, e con socialisti disperati che ora dicono di aver tenuto in piedi l’esecutivo solo a causa del quadro internazionale e guardano spaventatissimi al prossimo voto delle amministrative. E in questo contesto all’Eliseo se ne inventano di tutte: dalla proibizione dei social ai minori di 15 anni alla non partecipazione all’inaugurazione dell’Olimpiadi invernali a Milano per «non incontrare J.D. Vance».

Anche il povero Keir Starmer è stato abbastanza inguaiato da inopportune dichiarazioni di Trump (da quelle sulle truppe inglesi in Afghanistan alle liti con il Canada), e pare proprio oggi a fine corsa. Al di là delle questioni contingenti come il caso Mandelson, quel che ha fatalmente destabilizzato il premier britannico, è l’insufficiente base sociale e politica dell’esecutivo formatosi più per lo sbandamento dei Tory (da Boris Johnson a Liz Truss), che per un programma concreto di governo dei Labour.