Il Belpaese come patria dei BoT (meglio BTp) people. Non una novità. La nostra Borsa – come ricorda Alessandro Volpi in «Breve storia del mercato finanziario italiano» – nasce e si sviluppa quale listino in prevalenza obbligazionario, in cui titoli di Stato ed effetti pubblici, anche in scia alle esigenze di sviluppo del Regno prima e della stessa Repubblica poi, hanno avuto a lungo un peso dominante rispetto alle azioni delle società.

Sennonché, negli ultimi anni la quota di debito pubblico in mano al retail – cioè le famiglie italiane – è andata accelerando. Tanto che, a detta dei più recenti dati Abi, gli investimenti diretti in bond statali sono il 2,5% della ricchezza familiare contro lo 0,5% della media europea. Il trend, nuovamente, non stupisce. E sì, perché – al di là del marketing (che sfrutta un presunto “sovranismo finanziario”) e dello storico amore per i “tranquilli” BTp – alla base del trend ci sono alcune dinamiche precise. Tra le altre, dal lato dell’offerta, il fatto che il Tesoro ha spinto collocamenti cuciti addosso al retail (BTp Italia, BTp Futura, BTp Valore), con meccanismi di premio fedeltà e comunicazione mirata, finalizzati a rendere “competitiva” la scelta dell’emissione pubblica.