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Della separazione delle carriere tra giudici e pm non si parla, dei due Csm scelti con il sorteggio e dell'Alta Corte disciplinare neppure

Una volta si sarebbe detto clima avvelenato. Magari era fatale, inevitabile ma la campagna sul referendum sulla giustizia si sta radicalizzando. E, cosa peggiore, non sui contenuti del quesito, ma su altro. Si è parlato della data, della forma lessicale dell'interrogativo portato al giudizio degli elettori, dell'atteggiamento dei media; o ancora si è stabilita una connessione tra la vittoria del No e una possibile caduta del governo e specularmente si è collegato un possibile successo dei Sì all'ipotesi di una marcia trionfale dell'attuale maggioranza verso le elezioni anticipate.

Non basta: la riforma della giustizia è stata descritta come il primo passo di una svolta autoritaria trasformando la campagna referendaria nella battaglia finale per la difesa della libertà e della democrazia; o, sull'altro fronte, come una rivalsa della politica nei confronti di una magistratura che l'ha inibita, resa impotente. Per non parlare dell'immagine sullo sfondo del duello tra Giorgia ed Elly dal quale solo una uscirà viva (politicamente). E nel tritacarne di una polemica politica che la campagna ha fatto diventare rovente rischia di rotolare pure la testa di un direttore Rai che ha fatto una figura tapina nella diretta olimpionica e la performance di un comico che è stato bruciata ancor prima di andare in scena a Sanremo.