All’epoca fu una vera rivoluzione. Cabernet Sauvignon nella Langhe? Al posto del Nebbiolo? Non scherziamo. Eppure, Angelo Gaja ci aveva visto lungo. Il suo Darmagi (in dialetto piemontese “che peccato”) gli costò un notevole braccio di ferro con il padre Giovanni. Ma alla fine come spesso accade – anche oggi – il giovane l’ha spuntata. E oggi quel “bordolese” di Langa è un uomo di 40 anni fiero ma con un piglio da giovinsignore: fresco, elegante, dalla forte personalità. “Non è stato un atto di ribellione – precisa a Il Gusto Angelo Gaja – ma certo, con mio padre ho dovuto penare per convincerlo. Lui però era un liberale, mi ha insegnato la tolleranza”.

Il dialetto in etichetta

La storia del Darmagi, “primo vino a mettere il dialetto in etichetta”, come ricorda orgoglioso il produttore, inizia già negli anni ’70. Quando il giovane Gaja viaggiava tanto all’estero. Solo che ogni viaggio gli lasciava una sensazione per così dire ambivalente. “Quando tornavo dall’Inghilterra o dagli Stati Uniti mi prendeva una leggera malinconia: riportavo a casa una valigia piena di entusiasmo che, una volta aperta, si sgonfiava da sola”. In quegli anni il mercato internazionale non era pronto per i vini delle Langhe, e il Nebbiolo — Barbaresco compreso — appariva ai più come un corpo estraneo. “Era un vero marziano: appena lo versavi nel bicchiere partiva il paragone col Bordeaux, e ne usciva sempre troppo chiaro, troppo tannico, troppo poco pieno. Come far ascoltare jazz a chi ha sempre ascoltato solo musica classica”.