«Ho studiato Economia a Torino, ho passato un anno in Belgio, poi otto mesi a New York, alla Camera di Commercio italo-americana, per scrivere una tesi sul cibo. Un capitolo era dedicato all’esportazione del riso negli Stati Uniti. Quello che, a un certo punto, sono riuscita a fare davvero».
Alice Cerutti sorride su questa spianata d’acqua ed erba, tra gli aironi e le libellule. Crova, 351 abitanti, venti minuti d’auto da Vercelli: una pianura che sembra immobile e che invece si muove, respira, cambia. «La mia famiglia aveva un’azienda risicola, Cascina Oschiena, comprata da mio nonno negli anni Cinquanta. Era affittata, gestita da altri. Quando ho deciso di cambiare vita, sono venuta qui. E sono diventata la prima generazione a coltivare davvero la terra».
Alice racconta che la quotidianità era altrove: Torino, Alba. Uno stage importante da Eataly, poi l’ingresso alla Ferrero, nel marketing. «Un’esperienza formativa e importante, che mi ha permesso di capire cosa avrei voluto fare, davvero, sia nel campo professionale sia nella mia vita». La cascina di Crova, con i suoi fienili e l’essicatoio, è sullo sfondo: «Nessuno voleva fare il contadino». Lei però comincia a frequentarla. All’inizio nei weekend, il sabato e la domenica, per prendere fiato dalla città. Intorno a quei campi c’è fermento. «Ho iniziato a partecipare agli incontri dell’associazione dei coltivatori. Non voglio passare per romantica, ma la prima volta che, con la luce bassa, ho visto crescere il riso, ho capito davvero la meraviglia dell’agricoltura: produrre cibo, essere custodi dell’ambiente, avere una responsabilità enorme verso il territorio e la biodiversità».






