La corsa all'elettrico ha portato a Stellantis perdite straordinarie per una cifra compresa tra 19 e 22 miliardi nel 2025, tra licenziamenti e scivoli alla pensione, modelli da cancellare, piattaforme da dismettere e penali pagate ai fornitori per componenti che adesso non servono più. Oneri che sono pari quasi alla metà della liquidità lorda del gruppo e che, per usare le parole del ceo Antonio Filosa, «riflettono in larga parte il costo derivante da una sovrastima del ritmo della transizione energetica, che ci ha allontanato dalle esigenze, dalle possibilità e dai desideri reali di molti acquirenti di autovetture». Poi, altri 6,5 miliardi sono stati bruciati ieri in Borsa, dove il titolo (-25,17 per cento) ha toccato i minimi dal 2021.
Stellantis - e di riflesso a quello che rimane dell'industria automobilistica italiana - ieri ha reso noto il conto per l'azzardata scommessa su un'elettrificazione totale del settore in tempi brevi. Con l'abbandono di motorizzazioni tradizionali ancora preferite dagli automobilisti in Europa come nelle Americhe. Ieri Filosa, ha chiuso nel modo peggiore l'era Tavares: annunciato un profit warning sul 2025, compreso il secondo semestre dell'anno che era atteso di segno positivo. Soprattutto ha comunicato al mercato svalutazioni per una cifra tra i 19 ei 22 miliardi, mancata erogazione di dividendi nel 2026 e - anche se l'intenzione era quella di rassicurare il mercato - di non voler mettere in campo interventi straordinari per difendere il titolo come aumentare di capitale e buyback. Più in generale i numeri del secondo semestre dello scorso anno parlano di ricavi tra i 78 e gli 80 miliardi, risultato operativo rettificato negativo tra -1,2 e -1,5 miliardi, cash flow negativo tra 2,3 e 2,5 miliardi.











