Il moralismo politicamente corretto, come tutti i moralismi, è anzitutto una forma sistematica di doppiopesismo. Per cui l’importante non sono le parole o le azioni, ma chi le pronuncia o le realizza, per il Politburo dei censori Woke, ultimo caso di oligarchia auto-proclamata. Riportiamo un esempio appena sfornato dalla cronaca. Se sei un comico fieramente nazional-popolare e mai intruppato nell’egemonismo progressista, uno che si è superbamente accontentato di intrattenerci a Cinepattoni senza rifilarci pistolotti sulla Costituzione in prima serata, e ti scappa una battuta più greve della media, così smaccatamente sessuofila da essere in fondo ludica, vai cacciato con ignominia dal prestigioso club dei Tedofori. Se invece sei una star planetaria dell’hip hop, sufficientemente maudit ma sempre dalla parte giusta, se a suo tempo hai spiegato i 10 motivi per votare Barack Obama e poi hai aderito pubblicamente alla campagna per tagliare i fondi alla polizia, la fiaccola olimpica è per definizione roba tua, anche se hai un pregresso non esattamente ispirato ai valori sportivi.

È la strana storia di Massimo Boldi e Snoop Dogg, del Cipollino di Lucino e dell’icona musicale californiana. Il primo è stato bandito dai portatori di torcia in quanto portatore di bieche usanze retrive. In un’intervista al Fatto Quotidiano, si è definito “un grande atleta” di una disciplina particolare: “la figa”. “Anche se devo ammettere, con gli anni la forma cala un po’”. Nemmeno l’autoironia sminuente lo ha salvato dal Soviet delle Buone Maniere, nelle vesti del Comitato organizzatore dei Giochi: “opinioni incompatibili con i valori olimpici”. Non erano opinioni, era una battuta un po’ barcollante tratta a forza dal Derby Club degli anni Ottanta, edonismo reaganiano in salsa brianzola volgarmente démodé. Ma bisogna essere inflessibili, signori, sono i valori olimpici. Poi ieri, in quel di Gallarate, ti spunta a brandire la fiamma Calvin Cordozar Broadus Jr., in arte Snoop Dogg.