«Mi hanno appena licenziata dal Washington Post nel mezzo di una zona di guerra. Non ho parole. Sono devastata». Lizzie Johnson, corrispondente in Ucraina, ha affidato a X la frase-volto dei tagli alla testata. Johnson aveva descritto poche settimane prima la sua quotidianità in un Paese in conflitto: niente corrente, niente acqua, niente riscaldamento, lei che si scalda in auto e prende appunti a matita perché «l’inchiostro congela», illuminata dalla lampada frontale.

Poi c’è Sabrina Malhi, collega di Johnson e specializzata in salute infantile e materna, che sempre su X ha scritto di avere «il cuore spezzato», mentre allatta suo figlio e scopre di perdere quello che definisce il suo «dream job» (il suo «lavoro dei sogni») al Washington Post.

Il colpo al Post

Il giornale di proprietà Jeff Bezos, fondatore di Amazon, ha avviato una riorganizzazione che taglia circa un terzo del personale, con centinaia di posti coinvolti e oltre 300 giornalisti colpiti. Le riduzioni più pesanti riguardano gli esteri, la cronaca locale, l’editing e lo sport, oltre a chiusure e contrazioni di prodotti e sezioni, come l’area libri.

Le reazioni degli esteri