Alla fine il colpo è arrivato. Secco, senza troppi giri di parole. Il Washington Post, la cattedrale laica del giornalismo americano che ha fatto la storia con il Watergate, è partita con il licenziamento di un terzo del suo personale. Una falciata trasversale: esteri, sport, editing, podcast. Tutti dentro, nessuno escluso. Il direttore esecutivo Matt Murray ha parlato allo staff, e poi in una nota alla redazione, di «azioni difficili ma decisive», di un reset necessario per sopravvivere.
Di fondo c’è un’evidenza spiacevole e non solo per i diretti interessati. Il Post non è più il Post. O meglio: non riesce più a permettersi di esserlo. «Francamente, per troppo tempo abbiamo operato con una struttura troppo radicata ai tempi in cui eravamo un giornale locale quasi monopolista», ha detto Murray. Traduzione: quel mondo non esiste più. Internet ha sbriciolato il modello economico, Google e Facebook hanno risucchiato pubblicità e traffico, gli abbonamenti digitali non bastano. Il conto è salato: 77 milioni di dollari persi nel 2023, 100 milioni nel 2024.
A pagare sono i simboli. Chiude la sezione Libri, viene smantellata la redazione sportiva «nella sua forma attuale», si riduce la presenza all’estero, si sospende il podcast Post Reports. Una contrazione che è anche culturale: meno mondo, più America; meno racconto, più servizio.











