Marissa Jae Lang, vincitrice del premio Pulitzer, pubblica il suo indirizzo mail: marissalang@gmail.com, “offerte di lavoro sono benvenute”, scrive. Sabrina Malhi, giornalista specializzata in salute infantile, è stata licenziata poco dopo il parto durante il congedo per maternità. Lizzie Johnson, corrispondente dall’Ucraina, pubblica una sua foto mentre scrive un reportage a matita (con il freddo l’inchiostro delle penne si gela) chiusa in macchina, guanti cappello e giaccone. “Mi hanno appena licenziata mentre sono in zona di guerra. Non ho parole”. Mancano, in effetti, le parole per commentare la decisione di uno degli uomini più ricchi del mondo, Jeff Bezos, proprietario del giornale: ha licenziato in tronco e senza preavviso trecento tra i più importanti giornalisti di uno dei quotidiani più autorevoli del mondo. Il giornale del caso Watergate, di Bernstein e Woodward (da cui il film, “Tutti gli uomini del Presidente”), il giornale che ha fatto del fact checking la sua Bibbia e l’ha insegnato a tutto il mondo. Bezos invece è quello che ha noleggiato Venezia per una festa di matrimonio che è costata — includendo il viaggio di nozze — più di quel che aveva speso per comprare il quotidiano. Questo accade mentre Donald Trump, di cui Bezos è amico devoto (perché mai inimicarsi il potere?), insulta e dileggia i cronisti che gli fanno domande a lui sgradite. Tipo quelle sugli Epstein files, documenti da cui emerge di giorno in giorno una rete di potere al di sopra delle leggi, gente che comprava minorenni da consumare a la carte. Potere e ricatti. In Italia Rita Rapisardi, la cronista del Manifesto presente sul posto durante l’aggressione all’agente, durante la manifestazione di Torino, è oggetto di una indecente campagna d’odio per aver raccontato quello che ha visto coi suoi occhi. L’insofferenza per la stampa non asservita è palese anche da noi. Sotto la testata del Washington Post, fondato nel 1877, c’è scritto “La democrazia muore nel buio”. È l’unica cosa da dire.