Quello scricciolo partito da Pontebernardo, dalle montagne cuneesi, e che si è fatto mito dopo aver aperto tanti varchi sulla neve, è stata l’ultima tedofora a Torino 2006. Vent’anni dopo Stefania Belmondo lancia Alberto Tomba per l’accensione del braciere di domani sera. «Vorrei che fosse lui. A Torino fu il primo a entrare nello stadio; sarebbe bello chiudere il cerchio a Milano», auspica Belmondo, dieci medaglie olimpiche, due ori a dieci anni di distanza, ad Albertville 1992 e Salt Lake City 2002, e prima italiana di Milano-Cortina a portare la torcia a Olimpia, in Grecia. Dove tutto comincia. Una vita spesa sugli sci, sempre segnata dai cinque cerchi, come racconta nel libro “Ho imparato a vincere. Passione, fatica e tenacia per il traguardo” (edito dalla Graphot di Torino, presentazione di Luciano Buonfiglio, numero uno del Coni), scritto con Alessandra Saracco, che ricostruisce il percorso agonistico ed esistenziale.

Stefania, da ultima tedofora a Torino a prima a Olimpia: che emozione?

«Fortissima. Essere nel luogo dove sono nati i Giochi è stato speciale, quasi irreale».

Ricorda quel momento del 2006?

«Come dimenticarlo. Quando ho abbassato la fiaccola e si sono accese le luci non sapevo cosa sarebbe successo. Lo stadio che esplode, gli applausi, una felicità immensa. Lo seppi dal telegiornale, me lo disse mia madre».