Dopo il crollo di due giorni dovuto principalmente alla nomina di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve, visto che con le sue politiche potrebbe rafforzare il dollaro e dare meno spazio all’oro come bene rifugio, il metallo prezioso è tornato a crescere, insieme all’argento e al rame. Venerdì scorso l’oro aveva perso circa il 10%, mentre l’argento il 30%, nella peggior seduta dal 1980, a causa della più grande correzione dell’ultimo anno.

Ma ieri una rinata fiducia nei metalli preziosi e un indebolimento del dollaro hanno portato i contratti sull’oro a salire di oltre il 2%, superando ancora la soglia dei 5.000 dollari, e quelli sull’argento a guadagnare fino al 6% a 90 dollari l’oncia. A salire sono anche le società che si occupano di estrazione, tra cui Rio Tinto, che è cresciuta dell’1% a Londra. Secondo il ceo di Ubs, Sergio Ermotti, gli investitori che stanno allontanandosi dal settore tech in preda a un forte sell-off, puntano su settori sicuri e «l’eccesso di denaro viene rimesso nel mercato dei capitali». Parlando con Cnbc, Ermotti ha detto di aver osservato una simile migrazione di capitali anche nel settore dei metalli preziosi, che si è molto rafforzato.

Ora però il problema è legato alla volatilità: in attesa della conferma di Warsh da parte del Senato americano e della fine del mandato di Jerome Powell (prevista a metà maggio) è chiaro che ci saranno degli scossoni. Bisognerà poi capire quale strada la Fed avrà intenzione di prendere e in che modo questa inciderà su dollaro e tassi di interesse. In tutto questo, Goldman Sachs ha rivisto il suo prezzo target per l’oro nel 2026 abbassandolo a 5.400 dollari l’oncia, mentre Bank of America prevede quota 6.000 dollari.