“Buongiorno, tribe!”: così apre spesso le sue story Chiara Tremolanti, 31 anni, al quarto anno di postdoc al Karolinska Institute di Stoccolma. Originaria di Pisa, si occupa di nuove terapie per il Parkinson basate sulla sostituzione delle cellule nervose danneggiate. Su Instagram è @the_PhD_Tribe, profilo nato per normalizzare la frustrazione dei giovani in laboratorio e si rivolge ad aspiranti dottorandi, dottorandi e neodottori italiani. E dai messaggi e dai commenti che riceve, sempre più numerosi, Tremolanti ha realizzato una cosa semplice ma decisiva: con @the_PhD_Tribe ha colmato un vuoto. “Mi sono accorta che mancava una voce che parlasse del dottorato in maniera oggettiva: cosa significa progettare e riportare esperimenti, come si scrive un paper, quali sono le difficoltà quotidiane, come scegliere un laboratorio, come decidere in che paese estero proseguire le proprie ricerche. I feedback mi hanno confermato che le persone volevano proprio questo — un racconto pratico, non idealizzato”.
L'obiettivo? Spiegare come si muovono i primi passi in un laboratorio
Perché durante i primi passi un laboratorio non è chiaro per un neo-dottorando cosa significhi davvero fare ricerca. Si pensa voglio fare scoperte, ma poi ci si scontra con la realtà, che è difficile. La prima reazione per molti è il dubbio: non sono bravo abbastanza, forse il problema sono io, forse non sono tagliato. “Vedendo me che normalizzo queste cose, comprendono di non essere soli. Io cerco di mettermi in ascolto per capire i problemi degli altri e aiutarli a riconoscerli” spiega. Tremolanti racconta di avere sempre fatto cose anche al di fuori della sua vita da ricercatrice, affascinata dal fattore persone in accademia, “Mi è sempre piaciuto fare mentoring e impegnarmi in associazioni, retreat ed eventi: qualsiasi opportunità di extra l'ho cercata”. L'idea di @the_PhD_Tribe è stata dunque un mix: la passione per la scienza, l'interesse per l'aspetto umano dell'accademia e la voglia di ragionare su come far funzionare meglio la ricerca e la vita in laboratorio. “Avevo sotto gli occhi il confronto. I dottorandi in Svezia sono più supportati, più protetti, vengono valorizzati lungo tutto l'arco del loro percorso. Anche qui c'è frustrazione, ma esiste un'infrastruttura più solida — corsi, tirocini, eventi, associazioni. I dottorandi italiani sono spesso più soli”. Secondo Tremolanti, in Italia la visione del dottorato è arcaica; si pensa che il dottorando sia uno specialista chiuso, un pesce fuor d'acqua nel mondo reale. “Non è così” dice, il dottorato sviluppa competenze trasversali - comunicazione, problem solving, pensiero critico, resilienza e adattabilità - e, soprattutto, la capacità di imparare in fretta, fondamentale nel mondo del lavoro di oggi.






